Ecco i racconti degli scopri-teller SienaSalute sullo scrittore senese Federigo Tozzi la cui passeggiata si è svolta giovedì 29 agosto nel centro della Città; la vita e la prosa di Tozzi con le guide Federagit e anche due voci narranti. Una bellissima esperienza!
Buona lettura!
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1.Siena nell’inquietudine di Federigo Tozzi
di Sabrina Carletti
Siamo a Siena di notte, ancora per una passeggiata alla scoperta di un altro personaggio illustre. La storia di Federigo Tozzi e la sua Siena, la possiamo ripercorrere concretamente nei luoghi dove egli visse.
Nacque nel palazzo all’angolo tra Via de’ Rossi e Banchi di Sopra, il 1 Gennaio del 1883. Stare con il naso all’insù a guardare le finestre del palazzo dove sono le stanze che lui ha abitato, mi ha fatto provare la sensazione di avere un senso di appartenenza alla sua storia. Avevamo qualche legame che al momento mi sfuggiva.
La nostra guida continuava a raccontare: – Il padre di Federigo gestiva una trattoria, “Il Sasso”, all’Arco dei Rossi. Era arrivato a Siena dalla campagna maremmana e si era creato una certa fortuna che le permise anche di acquistare alcuni poderi fuori dalle mura cittadine.
Federigo non era interessato agli affari del padre. Aveva con lui un rapporto conflittuale e quindi, pur di non lavorare nella trattoria, decise di dedicarsi agli studi.
Anche il suo carattere, però, un po’ come quello del padre era irascibile. La sua natura introversa, il temperamento collerico e la cattiva condotta, lo fecero espellere dalle scuole nelle quali aveva provato ad intraprendere gli studi –
La guida interrompe il racconto e ci avviamo all’ex sede dell’Istituto d’Arte che Federigo tentò di frequentare essendo anche incline al disegno. Siamo fermi davanti all’ingresso della scuola. Sento di nuovo che tra me e lui c’è un legame. Abbiamo frequentato la stessa scuola, ma in epoche così lontane! Cosa mi stava suggestionando? Mi estraneo dalle parole della nostra guida per pensare dove mi avrebbe portato questa mia sensazione.
Ecco! Piano piano il ricordo si fa nitido. Era il 1983, cento anni dalla nascita di Federigo Tozzi, io ero una giovane studentessa dell’Istituto d’Arte e ricordo quando la Rai fece un servizio su di lui probabilmente nell’occasione del Convegno che Siena stava preparando per questo anniversario.
L’allora Preside dell’Istituto d’ Arte, lo scultore Plinio Tammaro, lesse davanti alle telecamere un documento ritrovato nell’archivio della scuola, il provvedimento disciplinare con il quale l’allievo Federigo Tozzi, insieme ad altri due compagni, fu sospeso dalle lezioni per un intero anno scolastico.
Continuo a fantasticare sulla nostra scuola, cercando di immaginarla al tempo di Federigo … la guida prosegue il racconto e anche io torno con la mente al presente.
-Federigo, continuamente in contrasto con il padre, non voleva proprio stare nell’osteria che riteneva un ambiente angosciante e volgare. Gli avventori che la frequentavano, per il suo carattere introverso e sempre risentito, lo consideravano un po’ matto.
Visti gli insuccessi scolastici, ma convinto che la sua strada non fosse quella di curare gli interessi di famiglia, inizia a frequentare la Biblioteca degli Intronati e a formarsi, attraverso la lettura dei classici della letteratura, del teatro, studia la storia e i testi di divulgazione politica prevalentemente di stampo socialista.
Le donne che hanno accompagnato la sua breve vita sono, la madre Annunziata, che morì quando lui aveva solo 12 anni, Carlotta Granai, la seconda moglie del padre con la quale instaurò un buon rapporto e due giovani che gli furono vicine affettivamente.
La prima donna che lo fece innamorare fu Isola, una contadina del podere di famiglia. Con lei il rapporto fu breve, si interruppe perché lo tradì.
Dopo questo avvenimento triste, siamo nell’anno 1902, Federigo iniziò una corrispondenza con una certa Annalena, in realtà il suo nome era Emma Palagi, una donna senese conosciuta attraverso un annuncio pubblicato su un quotidiano.
Emma diventerà sua moglie e gli scritti delle lettere, che mettono in evidenza alcuni tratti del carattere dello scrittore, saranno da lei curati dopo la sua morte e diventeranno “quasi” un romanzo con il titolo “Navale”.
Federico, nelle lettere, si racconta, parla delle sue aspirazioni e delle sue frustrazioni causate dall’opprimente rapporto con il padre –
I racconti della guida sulla vita dell’autore, si alternano alle letture, tratte dai suoi scritti, da parte di due attrici molto brave.
Ascolto con attenzione, viene letta la descrizione di Siena dal romanzo “Con gli occhi chiusi”:
– Strade che si dirigono in tutti i sensi, si rasentano tra sé, s’allontanano, si ritrovano due o tre volte, si fermano; come se non sapessero dove andare; con le piazze piccole e sbilenche, ripide, affondate, senza spazio, perché tutti i palazzi antichi stanno addosso a loro. Cerchi e linee contorte di case, quasi mescolandosi come se ogni strada tentasse di andare per conto proprio, pezzi di campagne che appaiono dalla fessura di un vicolo visto in tralice, dalla scalinata d’una chiesa, da qualche loggia dimenticata e deserta-.
Mi estraneo di nuovo cercando di capire perché ha di Siena, la sua città, una visione così tormentata.
Lo scrittore parla di linee sghembe, oblique, come se anche i luoghi, che sono stati spettatori della sua vita, fossero ai suoi occhi partecipi dei suoi tormenti. Siena non è solo un esterno dove ambientare le sue storie, ma una rielaborazione interiore. Egli ne fa una descrizione non oggettiva, ma soggettiva. Federigo vede la sua città come un luogo angusto e chiuso con le case storte che sembrano cadere addosso allo spettatore da un momento all’altro diventando una minaccia incombente. Allora ripenso al tempo in cui da studente cercava una sua strada, il modo di soddisfare la sua voglia di diventare un intellettuale. Forse se avesse proseguito gli studi all’Istituto d’Arte, vista la sua inclinazione al disegno, le sue visioni distorte e irrazionali delle prospettive, degli scorci architettonici che sembrano inghiottire le persone per la loro precarietà, le avrebbe trasferite sulla tela. Pensando alla Siena descritta nel romanzo “Con gli occhi chiusi” mi vengono subito in mente i quadri di Braque o di Boccioni che, del resto, erano artisti suoi coetanei.
Proseguiamo la passeggiata, la guida ci aveva finito di parlare di Emma dicendoci che lo scambio epistolare con Federigo, si trasformò in un rapporto affettivo tra i due.
Ci accompagna nella passeggiata anche la Signora Silvia Tozzi, la nipote dello scrittore, che ci parla di tanto in tanto, di suo nonno.
-Federigo, tra il 1904 e il 1905 passò un brutto periodo che lo costrinse all’isolamento per una grave malattia agli occhi. Dopo questa parentesi, Emma si trasferì a Roma per lavorare come infermiera e anche lui decise di partire per allontanarsi dal padre. A Roma purtroppo non trovò un impiego e quindi fu costretto a ritornare a Siena. I litigi con il padre non si placarono, il loro rapporto si fece sempre più insopportabile. Decise allora di partecipare ad un concorso presso le Ferrovie, lo vinse e venne assunto come impiegato nella stazione di Pontedera.
Il lavoro non gli piaceva, ma durò poco perché per l’improvvisa morte del padre dovette tornare a Siena. Era il 1908. Fu il momento del cambiamento. Lasciò l’impiego alle Ferrovie, si liberò, svendendola, dell’osteria del padre e sposò Emma con la quale andò a vivere al podere Castagneto insieme anche con la matrigna. Nel 1909 nacque il figlio Glauco.
Nei sei anni di vita al podere segnati dai problemi amministrativi della tenuta, Tozzi intensificò molto la sua produzione letteraria. Collaborò con varie riviste e scrisse numerose novelle.
Tra il 1910 e il 1914 pubblicò le sue prime opere “La Zampogna verde” (1911), “La città delle Vergini” (1913) e sarà proprio in questi anni che comporrà i romanzi che furono pubblicati più avanti “Ricordi di un impiegato” e “Con gli occhi chiusi”.
Nonostante in quel periodo avesse la volontà di avere rapporti con gli altri scrittori, egli ebbe molte difficoltà a farsi apprezzare. I suoi scritti venivano ricondotti in maniera generica, nell’ambito del verismo. L’orizzonte culturale senese diventò per lui limitato, iniziò a sentirsi estraneo alla produzione narrativa neo romantica.
Nel 1914 decise di vendere il podere Pecorile e di trasferirsi a Roma con Emma e Glauco.
Emma fu una figura molto importante per lo scrittore. Lui le sottoponeva i suoi scritti per avere la sua opinione. Lei li trascriveva con la macchina da scrivere, unico lusso in una vita condotta semplicemente, come piaceva a Federigo.
A Roma lo Tozzi entrò in contatto con altri scrittori come Borgese, Marino Moretti, Grazia Deledda. L’editore Treves gli pubblicò un libretto di brevi prose, “Bestie”. L’amicizia con Pirandello, che lo stimava molto, contribuì alla pubblicazione nel 1919 di “Con gli occhi chiusi” sempre dall’editore Treves.
In questo periodo videro il compimento i romanzi “Il Podere” e “Tre Croci” il suo romanzo meno autobiografico.
Purtroppo, proprio mentre a Roma, stava raggiungendo una certa fama e stima nell’ambito letterario, mentre stava lavorando al romanzo “Gli Egoisti” e mentre Treves stava per pubblicargli “Tre Croci”, Tozzi si ammalò di polmonite. Morì nel Marzo del 1920-
Un’altra interessante serata è finita ed è stata veramente emozionante. Federigo Tozzi, un senese dal carattere non facile, inquieto, al quale è toccata la sorte di morire troppo presto, a 37 anni. Nonostante si sia rivelato come uno dei più importanti esponenti della letteratura del ‘900, per molto tempo è stato quasi sconosciuto.
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2.«Tutte le cose vengono in contro a noi, come una marea»
F. Tozzi ‘Barche capovolte’
di Lucia Simona Pacchierotti
«Ghigo! Voglio che Federigo studi, vada a scuola, abbia un’istruzione» Annunziata è risoluta nella decisione, lo dice anche la sua postura. Le braccia sui fianchi e i begli occhi neri che lanciano scintille. Ha un carattere mite, non è avvezza a tenere testa al marito, ha troppo timore del suo carattere irascibile. Sapeva che Ghigo sarebbe stato un osso duro da combattere. L’uomo dal canto suo se ne sta seduto a un tavolo della sua Trattoria. Un bicchiere di vino tra le mani mentre pensa che lui si è fatto da sé col duro lavoro, è arrivato dalla Maremma senza un soldo ed è riuscito a fare fortuna senza nessuna istruzione, a comprare case e poderi, compresa la fiorente e famosa ‘Trattoria del Sasso’, in pieno centro. Possibile che debba mandare a scuola quello scapestrato del figlio.
«Donna! Ma che pensi di ricavarci da quel ragazzo… è tutto il giorno con i suoi amici del Bruco. Ormai ha l’età per venirmi ad aiutare alla Taverna»
«No Ghigo» ribatte Annunziata «Federigo deve studiare. Lo iscrivo a San Francesco alla scuola del Seminario».
«Gliele dai troppe vinte. Federigo non farà mai niente di buono nella vita se tu lo tieni sotto le gonnelle tutto il tempo»
«Federigo non è fatto per il lavoro alla Taverna o altro di manuale. Lui è intelligente. Io ho imparato a leggere e scrivere all’Ospedale, da orfana. Non sono potuta andare tanto oltre ma lui farà strada!»
«Federigo è un fannullone smidollato» urlò Ghigo del Sasso mentre picchiava forte un pugno sul tavolo. Lui sapeva… che il figlio non aveva possibilità e non approvava che la moglie passasse al ragazzo tutte le marachelle che faceva insieme ai suoi amici. Guardò Annunziata dritta negli occhi convinto di trovarvi la solita sottomissione, invece vi lesse una caparbietà che non le riconosceva.
«Va bene moglie… va bene» disse e scuotendo la testa capitolò alla sua richiesta.
Federigo ascoltava di nascosto la conversazione dei genitori. Non è che avesse tutta questa voglia di andare a scuola ma la mamma sembrava tenerci così tanto e poi…. Avrebbe fatto vedere a suo padre che non era un fannullone smidollato come lo aveva definito.
Gli anni delle elementari di Federigo non furono molto felici. Gli insegnati lo rimproveravano spesso e lui non sapeva stare sui banchi, mosso da un’agitazione continua e poi stava sempre male, aveva una salute cagionevole, si ammalò anche di tifo in terza, tuttavia riesce a portare a termine le elementari per passare al Ginnasio ma il suo carattere irruento lo portò all’espulsione.
«Mamma non è colpa mia… c’erano quei ragazzi…» Federigo cerca di giustificarsi agli occhi della madre che lo guarda delusa.
«Federigo! Sta zitto. Da oggi vieni alla Taverna con me» urla il padre.
Federigo tiene la testa bassa. Non sopporta il padre. Lo fa sentire sempre uno stupido e poi tradisce continuamente la madre. E’ un uomo così rozzo! Se fosse più grande lo prenderebbe a pugni ma ha solo dodici anni…
«Federigo… non è mai colpa tua vero?» la madre pronuncia quelle parole con una sorta di rassegnazione nella voce, per la prima volta la sua mente è tentata di dare ragione al marito ma poi si ribella. No mio figlio deve studiare! Deve studiare! Si ripete come un mantra.
Purtroppo Annunziata muore poco tempo dopo l’espulsione di Federigo dalla scuola, era il 25 ottobre del 1895 e il padre seguendo le parole di un cliente della Taverna che gli fa notare le attitudini artistiche del figlio, lo inscrive alla scuola di Belle Arti ma anche questa esperienza si conclude con una sospensione. Prosegue per tre anni alle Scuole Tecniche e poi all’Istituto Tecnico di Arezzo, tuttavia quello che lo attrae maggiormente è la Biblioteca Comunale di Siena, dove può leggere testi antichi e moderni. Siamo nel 1898 e lui si appassiona alla letteratura e al teatro ma sa che è solo un autodidatta, neanche i suoi amici di baldoria lo capiscono e Federigo inizia a sentire prepotente la chiusura culturale della città, inoltre il padre si è risposato e lui trasferito in quella stanzetta alla fine di via del Refe Nero. Sempre più spesso fantastica di andare fuori da Siena così, quando legge su ?La Tribuna’ che una certa signorina cercava un corrispondente di lettera, si getta in un fitto rapporto epistolare con Emma Palagi, figlia di un noto medico senese.
«Giuseppe, Giuseppe… Mi ha risposto. Emma Palagi. Capito!? Mi ha risposto!» Federigo non crede alla sua buona sorte mentre lo racconta all’amico Giuseppe Mazzoni.
«E che ti credi…. Appena scopre come sei fatto scappa a gambe levate» gli risponde lui. Federigo non può fare a meno di notare un certo risentimento nella voce di Giuseppe, in fondo anche lui aveva scritto alla ragazza….
Le lettere tra Federigo ed Emma, la sua Annalena, divengono sempre più fitte e intime. Spesso la immagina tra i personaggi di un suo ipotetico romanzo, la vorrebbe chiamare Ghìsola. Sì perché a forza di frequentare la Biblioteca Comunale, gli è venuta voglia di scrivere, scrivere, scrivere e raccontare, raccontare , raccontare…. Però i suoi amici goliardi lo trascinano spesso in certe avventure anche a inscriversi al Partito Socialista e a fare tutta quella strada per andare a vedere lo sciopero alle miniere di Boccheggiano nella primavera del 1903. Nello stesso anno un grande dolore turberà il suo animo: l’amico scultore Patrizio Fracassi si ucciderà a settembre.
Siena gli sembra una città così chiusa. Federigo non si sente sereno. Sente una profonda inquietudine e una bramosia di fuga… anche lo scambio epistolare con Emma si è diradato. Riprenderà nel corso del 1904 quando Tozzi è colpito da una malattia venerea agli occhi che lo costringerà all’immobilismo e lo spingerà ad approfondire i contatti con la ragazza che presto diverrà la sua fidanzata. Quando Emma si trasferirà a Roma per lavorare come infermiera al Policlinico, lui vorrebbe seguirla ma il padre si oppone ferocemente, è allora che i rapporti tra i due uomini si interrompono quasi del tutto.
«Federigo, tuo padre sta male» è la Rosina che è venuta dal Castagneto, il podere di suo padre, per informarlo. S’è fatta tutta la strada fino in città. Lo guarda un po’ beffarda mentre glielo dice. Federigo osserva la donna e lì per lì non capisce cosa ella voglia dirgli. Qualcosa nella sua espressione però gli fa capire che la situazione è grave. Pochi giorni dopo Ghigo muore per una banale ferita a un piede infettata e mal curata (1908).
Passano pochi mesi che Federigo ed Emma si sposano, ma sarà solo nel 1914 che ci sarà un loro definitivo trasferimento a Roma. Sono anni difficili, la Guerra non risparmia dolore a nessuno benché Federigo non abbia un contatto diretto con quell’immane catastrofe. Anche l’ambiente letterario romano non lo accoglie con grande entusiasmo e Tozzi non riesce a pubblicare quasi nulla. Sa di non essere né capito né apprezzato, però stringe amicizia con Luigi Pirandello e Giuseppe Borgese, non gli basta ma spera ancora.
«Luigi… perché nessuno vuole pubblicare i miei scritti?» la frustrazione lo mangia mentre domanda una cosa tanto privata all’amico.
«Ghigo… sei uno scrittore eccellente, ti si capisce però dopo averti letto molte volte, quando le tue parole riescono a entrare nel cuore di chi ha desiderio di ascoltarle» gli risponde Pirandello «Non perdere la speranza»
E’ per speranza infatti che in una fredda giornata di gennaio del 1920, l’anno precedente aveva pubblicato senza grande successo ‘Con gli occhi chiusi’, che Tozzi si mette su una decapottabile per recarsi a Milano: deve vedere l’editore Treves. Un freddo terribile lo colpisce al petto, alla testa, al cuore e non lo lascerà più. Lui che era di salute cagionevole da sempre, si sente sfinito e stanco. Neanche il pensiero della primavera lo ristora.
«Annalena mia… sono sfinito dalla vita» sussurra alla moglie ferma al capezzale del letto, la mano del marito stretta tra le sue.
E’ il 21 marzo, Federigo Tozzi muore di polmonite a soli 37 anni.
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3.Corrispondenza
di Barbara Rosini
Correva l’anno 1902 quando chiusa la storia d’amore in modo drammatico con Isola, cioè la Ghìsola di occhi chiusi, decisi di rispondere ad un annuncio di corrispondenza su un giornale. Lettera dopo lettera, ci siamo innamorati, come succede adesso ma con una piccola differenza, che all’epoca mia passavamo intere settimane per ricevere la lettera dell’amata o dell’amato per poi poter rispondere, fremere per l’attesa, la curiosità di sapere se avesse apprezzato ciò che era stato scritto.
Mentre, adesso, la cassetta della posta non riceve più lettere d’amore ma solamente bollette, avvisi di scadenza di assicurazioni e pubblicità. Mi ritrovo catapultato in questo momento nell’anno 2000 a fare corrispondenza tramite e-mail, chat e siti d’incontri. Ma che diavoleria è questa???
Ma nonno, questa si chiama tecnologia, non ci sono più tempi di attesa come hai vissuto te, la risposta è istantanea ma fredda di emozione.
Fammi tornare indietro, nipotina mia, dove assaporavo il momento dell’attaccatura del francobollo, la lettera che veniva imbustata, ricordo ancora il sapore, sgradevole della colla che si trovava sia nella busta che sul francobollo. Poi, di corsa e con il cuore in gola, la portavo all’ufficio postale e con l’emozione di un bambino vedevo apporre il timbro della partenza.
Tornavo a casa e cominciava l’attesa…
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4.Questa è la mia storia
di Loredana Sardini
Eccomi ad attraversare le strade e i vicoli della mia Siena, amata e odiata durante la mia vita. Solo ora che non appartengo più a questo mondo, posso passeggiare con il cuore stretto dalla nostalgia per il tempo che fu; impossibile averlo potuto vivere diversamente, il mio destino era segnato e l’odio inevitabile. Ma ora questo odio e questa rabbia che sempre hanno condizionato la mia vita, ora li ricordo, li riconosco, ma, non mi appartengono più. Per questo vagabondo per le strade della mia Siena rivivendo la mia storia, non più come protagonista, ma semplice spettatore.
Ecco, ricordo, sono in Piazza del Campo con i miei amici di sempre, “a ruzzare” anche pesantemente, vedo bene. Povero Ciccio Sodo come l’ho conciato! E siamo lì tutti a ridere come scemi. Anche lui.
Ridevamo molto, ridevo molto; volevo dimenticare che dopo tutto questo ridere, avrei fatto ritorno a casa, alla mia casa che non mi accoglieva più con amore e sempre trovavo mio padre sveglio, pronto a rinvoltolarmi nel mio fango.
Ma che altro potevo fare? Morta mia madre, la mia vita si è stravolta. Niente più scuola dell’arte, niente più tenerezze, né soldi, né madre, né padre, troppo preso dai suoi affari, per perdere tempo con me, così diverso dal suo concetto di figlio “bottegaio” e troppo preso dai nuovi amori che non avevano rispettato neanche il tempo del lutto. E alla fine, niente più casa: un’altra donna aveva preso il posto di mia madre e della sua vita fatta di sacrifici e lavoro che avevano arricchito mio padre.
Non mi era rimasto più niente, solo i miei amici e poi neanche più quelli.
Si, ero arrabbiato e ricordo che la gente mi considerava anche un po’ strano perché a volte mi chiudevo in casa e non uscivo più per lunghi periodi. Ma come dare loro torto? Ero un’anima inquieta, non stavo bene con nessuno, ero solo, mi sentivo solo e soprattutto contro tutti.
Per dare tregua al mio spirito sofferente, mi chiudevo in casa. Solo una persona mi è stata sempre vicino, soltanto lei: Emma. La mia Emma, unico amore della mia vita l’unica capace di dare uno scopo ai miei esili volontari durante i quali mi sono immerso nella lettura prima e nello studio dopo; la biblioteca è divenuta la mia seconda casa.
Così ricordando il passato non mi sono quasi accorto che sono giunto in vicolo San Paolo. Un vicolino corto sul quale si affacciavano le botteghe, l’una attaccata all’altra, cosicché il barbiere, il ciabattino, il vinaio convivevano uniti dal quello spazio antistante la loro bottega, che solo la pioggia o il freddo li costringeva a rientrare.
Ecco Via Lucherini, ancora buia come allora quando ancora adolescente la percorrevo a tentoni, combattendo la paura del buio. Ma sapevo che lì, sulla porta al numero sette, c’era ad aspettarmi Lilla. Lilla, un volto dai tratti quasi infantili, la pelle bianca, pura e sottile, le labbra dipinte di rosso, molto molto acceso ma non per questo volgari, e il corpo perfetto nelle sue forme benché non ancora adulto, come la sua indole tenera e decisa. Ricordo ancora le sue mani su di me, il suo abbandono, il mio abbandono e per un’ora non esisteva altro, solo io e lei. Attimi di quiete per ritrovare energie e poter scrivere e studiare.
Ho odiato Siena e i suoi vicoli puzzolenti e malati; ho odiato la gente che mi ha rifiutato e non ha avuto pietà di me; ho odiato i miei amici che nel momento del bisogno mi hanno abbandonato.
Ma sono riuscito ad emergere da questa melma e non mi sono perso. Ho cominciato a scrivere e studiare; un angelo con il volto di Emma si è seduto accanto a me e ci siamo innamorati e poi sposati e poi abbiamo avuto un figlio. Qualcuno ha creduto ad i miei racconti, ai miei romanzi e sono arrivati anche i soldi.
Ma il destino aveva altri piani per me, e la malattia non mi ha risparmiato facendomi morire a trentasette anni.
Cominciavo allora ad assaporare il gusto di una vita piena.
Ma questa è la vita e questa è la mia storia.
Agosto 2019