Dare indicazioni su come regolarsi nelle conversazioni difficili tra colleghi o amici può risultare abbastanza agevole. Diversamente, per le situazioni che attengono alle relazioni intime, la questione si fa più spinosa poiché l’emotività che entra in gioco in una discussione nel luogo di lavoro o in una cena tra amici è amplificata in un conflitto tra partner. Il motivo, chiaramente, risiede nell’investimento emotivo che tutti facciamo in una relazione d’amore che è di portata superiore a quello di un’amicizia ed elevatissimo rispetto a un rapporto di lavoro. Quanto segue ha carattere generale e può servire in tutti i frangenti non avendo io la pretesa di dare consigli puntuali poiché ognuno di noi agisce in base all’esperienza e alle situazioni che si gli si parano davanti oltreché per indole e capacità comunicativa. Sono anche consapevole che si può migliorare il nostro stile comunicativo qualora non ne fossimo soddisfatti; non bisogna avvilirsi quindi se non si riesce a mettere in pratica quanto è scritto sotto poiché con l’impegno e il sostegno giusto possiamo fare dei buoni cambiamenti del nostro modo di stare in relazione.
Galleggiare o nuotare?
Inizio con una metafora: se cadiamo in acqua, pur sapendo nuotare anche poco, possiamo scegliere di galleggiare, restando inerti e facendosi trasportare dalla corrente, oppure, appunto, possiamo nuotare e tentare di raggiungere la riva. Tutte e due le scelte ci permettono di non affondare e sono entrambe legittime. La prima verrà fatta da chi ha voglia di provare a trarsi d’impaccio e risolvere la propria situazione, la seconda da chi non sente la spinta necessaria, o non ha il coraggio utile per muoversi, e delegherà la propria salvezza al caso o ad altri. La metafora è piuttosto chiara: chi sceglie di essere proattivo si dà gli strumenti evolutivi per crescere e avere ben salda la direzione della sua esistenza, chi opta per la posizione conservativa, mette il proprio futuro in stallo e nelle mani del destino. Questa opzione è rischiosa perché può far accumulare malcontento, frustrazione e tristezza.
Dare voce i nostri bisogni.
Come entra la metafora nel nostro discorso sulla gestione delle conversazioni difficili? Ci entra nella misura in cui noi possiamo governare il dialogo in modo attivo, come chi decide di nuotare, oppure subirla, come chi sta a galla senza muoversi, facendosi portare dai flutti. Una interazione sociale a volte può diventare una prova di carattere, in special modo quando il risultato di questa può essere determinante per noi, per le nostre istanze. Quindi, va da sé, che per avere risultati gratificanti nelle relazioni dobbiamo essere attivi e governarle e non passivi e subirle.
Quando affrontiamo una conversazione conflittuale la prima cosa da fare è ascoltarsi: qual è il mio bisogno in questo contesto? Che risultato voglio per me?
Generalmente l’auto ascolto è poco praticato dai più. La tendenza generale è quella di mettere le nostre necessità in secondo piano. Per il quieto vivere tendiamo ad evitare le situazioni più complicate, soprattutto se gli interlocutori hanno, ai nostri occhi, maggiore autorità o aggressività, oppure se temiamo ritorsioni piccole o grandi, sul lavoro ad esempio. Invece, come detto più volte, trascurare le nostre istanze genera frustrazione e a lungo andare rabbia. Le situazioni cominciano a diventarci “strette” e a un certo punto, anche un nonnulla, può far scattare la molla e rovesciamo addosso al nostro interlocutore tutto il livore trattenuto, dicendo in malo modo ciò che avremmo potuto dire in maniera più civile. Ecco che un vantaggio iniziale ottenuto rinunciando alle nostre esigenze può trasformarsi in occasione di malessere emotivo e comportamenti disfunzionali.
Il conflitto è nel nostro quotidiano.
La parola conflitto ci spaventa; l’associamo alla guerra, a una situazione di contrasto disastroso, a qualcosa da cui tenersi alla larga dunque. Ma è così? Non proprio. Il termine conflitto può assumere molti più significati di quelli che gli diamo normalmente, e non tutti sono collegati a un evento catastrofico; tra questi c’è “opposizione”. Ogni volta che ci opponiamo a qualcosa o qualcuno entriamo in conflitto quindi, senza meno, siamo quotidianamente in conflitto con altri. Ci opponiamo ai nostri figli perché chiedono di vestirsi come non riteniamo opportuno, ci opponiamo a qualche amico che ci propone di andare in quel locale che a noi non piace, ci opponiamo al nostro partner perché non ci piace qualcosa che ha detto e così via. Quindi siamo più abituati al conflitto di quello che crediamo e se siamo disposti a opporci a certe situazioni senza pensare alle conseguenze (il broncio dei figli, le lamentele degli amici, l’irritazione del partner) dovremmo farlo anche quando la nostra controparte e le istanze che porta ci impensieriscono per l’escalation oppositiva che si può generare.
Parlare di persona.
Sviluppare una conversazione difficile via messaggio o comunque via telefono, è molto vantaggioso in termini emotivi poiché non avere contatto visivo con l’interlocutore ci tiene lontano dalle componenti ostili del dialogo ovvero le espressioni facciali, la prossimità fisica e la conseguente tensione che si crea; tuttavia è sempre meglio affrontare le conversazioni complesse e importanti di persona proprio perché la comunicazione si sviluppa su tre livelli: verbale, paraverbale e non verbale (linguaggio del corpo) che possono esserci d’aiuto anziché di ostacolo. Anche il nostro interlocutore può essere intimorito da queste componenti e quindi affrontare un dialogo con la giusta decisione può sorprendentemente darci un vantaggio.
Rispettare se stessi e i nostri interlocutori.
Sottolineo di nuovo come il rispetto dei nostri bisogni sia alla base di un risultato soddisfacente in una conversazione ostile. Porsi continuamente la domanda “cosa voglio per me?” è necessario per non cedere totalmente alle istanze altrui. Ricordiamo ancora gli effetti nefasti di un “no” non pronunciato: frustrazione, tristezza, sensazione di inefficacia, caduta dell’autostima. Tutto questo può generare rabbia incontrollata che, nel momento più importante, ci fa perdere il controllo facendo naufragare un risultato o addirittura una relazione. E’ importante il rispetto dei nostri interlocutori e delle istanze che portano; rispetto significa cercare di comprendere il perché del punto di vista altrui che non vuol dire condividerlo. Questo ci aiuterà a tenere la tensione nei limiti di tolleranza poiché se io ritengo che l’altro sia comunque ok anche se abbiamo vedute diverse, mi farà essere meno aggressivo.
Padroneggiare l’argomento del conflitto e respirare bene.
A volte gli argomenti possono toccare le nostre convinzioni più profonde e può sembrare impossibile mantenere il rispetto per una persona che, magari, ha idee che sono l’esatto opposto delle nostre, o di chi in maniera arrogante svaluta il nostro sentire in modo irridente o aggressivo. Quindi come fare in questi casi più estremi? Bisogna essere molto sicuri delle proprie idee, avere un ottimo controllo della questione che stiamo affrontando e normalizzare il respiro. Sì, avete capito bene, controllare il respiro. Concentrarci sul nostro respiro riportandolo a un ritmo normale ha il vantaggio di ricondurci alla calma sia perché quando iniziamo ad agitarci la respirazione accelerata aumenta la sensazione di rabbia e aiuta il discontrollo, che per il fatto che quei secondi che usiamo per questa operazione rallentano il tempo dell’azione e ci consentono di riprendere il dominio dei nostri pensieri.
Tutto facile fin qui vero? No, affatto, scrivere queste righe è stato abbastanza facile, tutt’altro che semplice è però mettere in pratica quanto ho detto se non si ha un’ottima considerazione di sé e delle proprie capacità. Per migliorare la nostra performance nelle interazioni umane, bisogna quindi prenderci tempo per noi, coltivare il nostro sé e potenziare la nostra intelligenza emotiva; si aumentano così autostima e resilienza per rendere la nostra socializzazione sicura ed efficace. Affidarsi a un professionista del benessere emotivo e psicologico per fare questo è certamente un ottimo metodo ma il primo passo deve necessariamente essere dettato dall’amore per sé stessi, che sopra a ogni altra considerazione ci deve muovere verso ciò che per noi deve contare di più, ovvero i nostri bisogni e la nostra salute emotiva.